24/04/2026
Un autobus. Due donne. Un abisso di secoli.
Una è avvolta nel nulla, coperta fino all’ultimo centimetro di pelle, ridotta a una sagoma nera in un mondo che la attraversa senza vederla. L’altra esiste, occupa spazio, ha gambe, ha colori, ha una borsa rosa che grida vita.
Non si guardano. Non si parlano. Siedono a trenta centimetri l’una dall’altra e a millequattrocento anni di distanza.
Questo è il nostro tempo. Non il futuro. Non il passato. Adesso. Oggi. Su questo autobus, in questa città, in questa Europa che si racconta liberale e progressista mentre ospita nel proprio corpo due civiltà che non hanno trovato nessun accordo su una sola domanda fondamentale: la donna è un essere umano o è una proprietà da nascondere?
Non è xenofobia dirlo. È geometria. È la distanza esatta tra chi ha combattuto per secoli per strappare alle religioni il controllo sui corpi femminili e chi quella battaglia non l’ha ancora cominciata, anzi la considera un’eresia.
L’Illuminismo non è negoziabile. I diritti non si relativizzano in nome del rispetto culturale. Il corpo di una donna non è un’opinione.
Eppure eccole lì, sedute insieme, nell’unico spazio dove la modernità ha rinunciato a fare domande scomode: quello della tolleranza infinita verso chi la tolleranza non la pratica.
Il multiculturalismo ha
molte virtù. Ma non è una risposta. È un rinvio.